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Intervista a Silvia Rotelli

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La sostenibilità come cultura aziendale

, da al , Stand

Il nostro Report di Sostenibilità nasce dalle persone: oltre a quelle interne all’azienda, ce n’è una che ci ha permesso di chiarirci le idee e arrivare alla pubblicazione. È Silvia Rotelli, dello studio Brogi & Pittalis di Firenze.
In questa intervista, Silvia racconta questo viaggio nella Gambini: come ci ha aiutato a valorizzare iniziative che già erano presenti nel nostro quotidiano e come ci ha guidato verso la redazione de “Il segno che lasciamo” e del Piano strategico di Sostenibilità che attueremo nei prossimi anni.

Silvia, parlaci un po’ di te.

Come persona, sono un’instancabile entusiasta, che spera di riuscire a cambiare un po’ come funziona il mondo del lavoro. Come professionista, sono una consulente e formatrice aziendale, mi occupo di sviluppo organizzativo e di sostenibilità. Il mio ruolo è aiutare le aziende a costruire una cultura della sostenibilità, creando consapevolezza, coinvolgendo le persone e aiutandole a tradurre gli obiettivi ESG in azioni concrete. Come successo con Gambini, le accompagno nella definizione della strategia, nella misurazione e nella rendicontazione di ciò che fanno, quindi nell’attivazione di percorsi di cambiamento, soprattutto attraverso la formazione. Mi piace molto pensare al mio lavoro come a un’attività di facilitazione. Alla fine, credo che il valore non stia tanto nel consegnare un documento impacchettato, ma nel lasciare all’azienda un metodo e una visione, anche per continuare in autonomia un percorso e, perché no, magari replicarlo anche al di fuori dell’ambito lavorativo.

Come sei arrivata a seguire Gambini nel suo percorso?

È cominciato con la formazione. Gambini si stava guardando intorno sui temi della sostenibilità da un po’ di tempo, era interessata ad acquisire consapevolezze e competenze. È iniziato così un percorso di formazione fatto di incontri e rivolto a diverse persone all’interno dell’azienda, che hanno potuto prendere cognizione di come la sostenibilità già fosse inserita, o si potesse inserire, proprio nei loro processi lavorativi.
Questa consapevolezza ha portato a intraprendere il percorso successivo.

A che punto era l’azienda, quando sei arrivata?

All’inizio ho trovato tante pratiche sparse, alcune anche veramente virtuose, ma che non seguivano una logica strategica nella loro esecuzione. L’impatto, di per sé, era già positivo, ma non era sistematico: questo portava l’azienda a non valorizzare ciò che faceva e a lasciare dei vuoti su cose su cui invece avrebbe potuto fare molto.

Con quali persone ti sei interfacciata?

Con un bel po’ di persone! Appena sono arrivata ho proposto di creare un Comitato sulla Sostenibilità: devo dire che non tutte le aziende decidono di farlo, mentre in Gambini hanno detto subito di sì. Il Comitato si compone di varie figure con una formazione multidisciplinare permettendoci così di avere tanti punti di vista sull’azienda e sulle tematiche della sostenibilità.
La mia prima interfaccia sono state proprio queste persone. Ognuna di loro rappresentava un pezzo di storia, un pezzo di visione diverso dell’azienda; quando siamo andati a costruire il Piano strategico sulla Sostenibilità, questa cosa è stata fondamentale, per avere una prospettiva plurale anche in termini di competenze.
Ma questo è stato solo il core team, perché poi, per proseguire il mio lavoro, mi sono interfacciata anche con altre persone, a partire da quelle che avevano fatto parte del percorso di formazione iniziale, che abbiamo voluto tenere agganciate per tutta l’attività di redazione del Report di Sostenibilità.

Come si è svolta la raccolta di dati e informazioni?

Più che una raccolta dati, è stato un lavoro di ascolto. Oggi le aziende in generale, e certamente anche Gambini, producono molti dati. Ma i dati hanno una storia, no? I dati hanno un perché, quindi è grazie al dialogo con le persone, che abbiamo cercato di capire quale fosse la storia nascosta dietro quelle informazioni. E questo ha arricchito molto l’attività, anche insieme all’analisi successiva che poi abbiamo fatto di quella raccolta.
Abbiamo strutturato degli strumenti di lavoro che ci hanno permesso di raccogliere dati sul capitale naturale, sociale, umano, infrastrutturale e intellettuale e di raccontare il modello di business di Gambini e la sua visione, sia per voce dei leader, del Comitato, ma anche di coloro con cui sono entrata in contatto.

Che cosa hai percepito nelle persone?

Devo dire che hanno sempre mostrato molta attenzione a quello che dicevo, c’è stata molta curiosità e presenza, sia nel percorso di formazione, che in quello di consulenza. Spesso ricevevo messaggi su cose di cui avevamo parlato in aula o in riunione, perché poi, in autonomia, le persone che avevo incontrato erano andate ad approfondire quel tema per attivare un nuovo confronto. Così i temi sono stati davvero interiorizzati.
E, come dicevo, presenza, che non è una cosa così scontata: spesso facciamo le cose senza “esserci” fino in fondo, no?
Questo perché, in Gambini, la sostenibilità non è stata vista come un progetto o come un compito del tipo “lo faccio e lo consegno”, ma è stata vissuta proprio come un modello ideale da provare a raggiungere.
Ma voglio aggiungere un’altra cosa: amo moltissimo il mio lavoro e lo faccio con grande passione, anche se a volte è veramente impegnativo. Le aziende come Gambini sono quei posti in cui riesco a farlo nella mia veste migliore, poiché ho trovato un contesto veramente prolifico e dedito all’ascolto. Sì, io ho ascoltato loro, ma anche loro hanno ascoltato me. Una gran bella azienda, fatta davvero di belle persone. Ecco, questo lo volevo proprio dire!

Che attività degne di nota erano già attive in Gambini?

Sicuramente i tanti progetti fatti a favore del territorio e della comunità, l’attenzione e il dialogo con le scuole. Sono una delle cose positive che ho subito riscontrato: iniziative che ben raccontano il loro senso del “fare impresa”.
Un altro elemento, che non veniva visto sotto l’ottica della sostenibilità, ma che era già presente, è la progettazione dei macchinari. Un approccio sostenibile che in azienda era totalmente normalizzato, senza che mai nessuno si rendesse conto che un macchinario con una grande durabilità nel tempo, innanzitutto, è qualcosa che permette di creare meno rifiuti e che, una volta arrivato alla fine del suo ciclo di vita, può iniziarne una nuova. In Gambini viene destinato ad altre aree, settori, e attività che richiedono uno sviluppo tecnologico di altro tipo, non inferiore. E questo vuol dire allungare la vita di un macchinario che altrimenti finirebbe per essere smaltito, contribuendo alla grande quantità di rifiuti presenti sul nostro pianeta.

Poi ci sono delle cose che hai messo invece in pratica tu o che con te Gambini inizierà a fare a breve?

Avendo fatto un Piano strategico, di impegni ne abbiamo messi in campo un bel po’.
A brevissimo inizieremo un percorso sull’aspetto HR, in cui Gambini è già ben strutturata, ma con ancora tanta voglia di migliorarsi. Dalle nostre analisi è emerso che le Risorse Umane hanno potenzialità per essere rafforzate e valorizzate, lavorando più a fondo su temi come la diversity.
Poi, dal momento che è stata acquisita tanta consapevolezza dal lato dell’impatto ambientale, dalle emissioni al consumo idrico, il desiderio ora è di fare un passo successivo, approfondendo l’analisi con un calcolo dell’impronta di carbonio. Questo, per esempio, è un obiettivo già del 2027.
Il Piano si sviluppa nel breve e medio periodo, proprio per darsi degli obiettivi da implementare subito, nel giro di un massimo di tre anni.

Quali sono le prospettive per il futuro e quali consigli daresti all’azienda, per continuare a far crescere questo percorso?

Non mollare. Non mollare, perché oggi viviamo in un sistema che a volte mette davvero in difficoltà chi abbraccia un approccio etico nel fare impresa. Ci dovremmo sempre ricordare che un’azienda è un soggetto sociale e come tale ha una responsabilità: che non significa non puntare ai profitti, ma vedere il profitto come un mezzo per lo sviluppo anche di chi quell’azienda la anima e per lo sviluppo del territorio.
Oltre al “non mollare”, il mio consiglio è quello di farlo continuando a coinvolgere sempre più persone, perché la sostenibilità in un’azienda cresce solo quando si ramifica nelle decisioni quotidiane di ognuno. E questo inizia quando si ha il coraggio di guardarsi e di misurarsi con onestà, per capire dove si è oggi e per scegliere consapevolmente dove si vuole andare domani. Devo dire che è proprio quello che Gambini ha fatto, sta facendo e, mi auguro, continuerò a fare.

Sappiamo che anche nella tua vita privata certi temi ti stanno a cuore: raccontaci qualcosa.

Ho approcciato per la prima volta queste tematiche da adolescente: sentivo che c’era qualcosa che mi mancava e ho iniziato a fare volontariato con progetti incentrati sulla tutela dell’ambiente.
Piano, piano, mi sono spostata sempre di più sulle tematiche che riguardano il sociale. Oggi sono attivista alla Casa delle Donne di Firenze, dove contribuisco ad animare ciò che c’è al suo interno: iniziative culturali, laboratori, percorsi formativi sui temi della parità di genere, dell’educazione alle relazioni, passando per affettività, salute, diritti, inclusione, fino al contrasto delle discriminazioni.
È uno spazio che offre la possibilità ad associazioni, ma anche alle singole persone del territorio, di avere un luogo di progettazione, condivisione e scambio, per favorire la partecipazione, l’interesse civico, l’allenamento al pensiero critico e quindi alla costruzione di una comunità che riesca a valorizzare le differenze, a vederle senza calpestarle.
È sicuramente un’esperienza che ogni giorno mi ricorda quanto il cambiamento nasca sempre dalle persone e con le persone, oltre che dal tipo di relazione che si innesca tra esse. Il mio lavoro e il mio attivismo hanno lo stesso obiettivo: creare dei luoghi e dei contesti in cui ogni persona si senta libera di esprimersi, di esprimere chi è e di dar luce al proprio valore, per costruire un futuro che – spero – sia più equo, più virtuoso e più umano.